La vocazione della felicità

Abbiamo la vocazione della felicità.

Ieri una pioggia torrenziale ha quasi bloccato il traffico a Roma. In serata ho moderato l’incontro con la scrittrice Liliana Nechita presso l’Ambasciata di Romania in Italia.

Molti ospiti aspettavano da tempo incontrare Liliana, dopo averla vista, conosciuta e apprezzata su Rai 3, nella trasmissione di Domenico Iannacone. A Roma, finalmente, ne hanno avuto l’occasione.

Miruna Cajvaneanu in dialogo con Liliana Nechita all’Ambasciata di Romania in Italia

Avrebbe potuto essere un incontro senza novità, sulle difficoltà della vita di badante o sull’emigrazione dei romeni. In realtà, l’evento ha superato di molto questi confini.

Anzi, posso dire che l’incontro è continuato fino a oggi, perché sia ieri sera, quanto ce ne siamo andati, sia questa mattina ho parlato con diverse persone e ho ricevuto messaggi e telefonate con idee suscitate da quanto è stato detto. Prospettive nuove, che dimostrano che esiste un terreno fertile di discussione. Eccone alcune.

L’Educazione

Uno dei punti che si è sviluppato quindi nelle conversazioni private successive è stato quello dell’educazione. Liliana, nel suo libro, racconta l’importanza che la letteratura e la cultura hanno avuto nella sua vita. Ha terminato un liceo classico in Romania, ma qui non è riuscita a valorizzare professionalmente i suoi studi, cosa comune a molti romeni, anche se esistono eccezioni, come è emerso anche da uno degli interventi successivi, dal pubblico.

Dalla discussione è emersa l’importanza dell’educazione nella società e per la società. O, ancora di più, l’importanza del riconoscimento dell’educazione come fattore di integrazione oppure di alienazione.

Sempre parlando di educazione, un amico italiano presente mi ha fatto notare l’appiattimento del sistema educativo e universitario in Italia, dovuto all’inflazione di titoli, soprattutto universitari. L’università avrebbe in parte perso quel ruolo di creazione di un’élite. Da questo punto di vista, gli italiani con vocazione accademica vera sono penalizzati dal sistema, non solo gli stranieri che arrivano. Quante similitudini con la Romania, dove diplomi, titoli e addirittura dottorati vengono comprati, soprattutto dai politici, per rendere appropriato il proprio CV a una carica pubblica.

Un professore universitario italiano, anch’egli presente ieri, è rimasto impressionato dalla cultura di Liliana e dal modo in cui è riuscita a pubblicare i suoi libri, ma anche dalla discrepanza tra la sua preparazione intellettuale, che va oltre i diplomi, e il suo lavoro. La preparazione e il livello di studi degli immigrati dalla Romania sono più alti rispetto alla media italiana, un fatto che pochi conoscono e che suscita curiosità e ammirazione.

Scegliere

Altre domande, rimaste ieri non dette ma dalle quali può nascere un dibattito, riguardano la prospettiva con cui ognuno di noi affronta le difficoltà della vita.

“Tutti noi abbiamo affrontato difficoltà. Siamo stati lontani dai figli, abbiamo lavorato quasi senza sosta. Ma scegliamo come rapportarci alle prove della vita. Tutto è frutto di una scelta, e quando scegli, ti assumi la responsabilità. Ciò che siamo oggi, dall’essere un imprenditore di successo o uno scrittore conosciuto, è anche il risultato di quelle scelte difficili”. Questo è stato un altro filo di riflessione emerso in una discussione privata dopo l’incontro.

Uguali

Un altro aspetto meno visibile, ma che Liliana ha messo molto bene in evidenza e con cui molti in sala hanno empatizzato, riguarda le somiglianze tra italiani, romeni e altri stranieri quando vivono – viviamo esperienze di estraneità ed emigrazione.

La nostalgia, quel DOR in romeno, anche se non viene chiamata allo stesso modo, è umano, unisce e non ha nazionalità. Non solo la nostalgia di casa, ma anche la nostalgia di affetto, di sostegno. La nostalgia che è più forte quando si affianca alla solitudine e a volte la salvezza arriva attraverso gesti di solidarietà.

Felicità

Io sono una persona molto ottimista, e mi è stato difficile leggere, prepararmi e moderare un incontro su un libro dove c’è molta tristezza e sofferenza, dove in molti paragrafi ho trovato un sentimento di impotenza e rassegnazione.

Qualcosa dentro di me mi faceva fermare e chiedermi: dov’è la rivincita? Esiste una condanna alla rassegnazione e alla tristezza?

Forse la risposta è proprio nel libro, in questo frammento del libro “Ciliegie Amare” che ho scelto di leggere:

“Quando ricevo una botta, non reagisco, non mi so difendere, anzi, mi sento in colpa come se tutto fosse successo per colpa mia. Non credo che una persona possa semplicemente essere un disgraziato, ma che io non sono stata abbastanza. Tantissime donne romene sono così. Perché? Sarà caratteriale?

Non abbiamo la vocazione della felicità?”

Ecco, la vocazione della felicità. Esiste davvero? È innata o si può coltivare?

Io credo fermamente che si possa coltivare, come un giardino dentro di noi. Leggevo che per ogni pensiero negativo dovremmo avere almeno cinque o sei pensieri positivi per trovare un equilibrio e non cadere vittime di una spirale che ci trascina verso il basso.

Ieri ho provato a puntare proprio su quegli aspetti del libro che rappresentano semi di una spirale positiva. E l’ho fatto, forse inconsapevolmente, insieme a Liliana, che ha raccontato il senso di accoglienza e di affetto con cui ha iniziato a essere circondata, anche e soprattutto da italiani.

Noi vediamo le cose su cui posiamo lo sguardo nella vita. E quelle positive, portatrici di luce, sono sempre alla nostra portata. Basta illuminarle.

Come quella volta che veniamo salutate con “buongiorno, Signora”. Come quando “Pietro” fa camminare “Rocco”.

Come il piacere di leggere Pirandello, Allende o Stănescu. Come ascoltare Vivaldi. Come un caffè che sorseggi finalmente da sola, o come quando la mattina ricevi un semplice messaggio su whatsapp con cuoricini.

Foto credits: Ambasciata di Romania in Italia.


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