Il filo invisibile tra cultura ed economia in un’Europa Win-Win

Il 20 maggio 2026 l’Ambasciata della Romania in Italia ha ospitato un evento dedicato al rafforzamento del dialogo economico italo-romeno, riunendo i protagonisti del mondo imprenditoriale di entrambi i Paesi, membri attivi della nostra comunità in Penisola, partner istituzionali e attori chiave della cooperazione bilaterale.

L’incontro ha segnato anche il debutto ufficiale della missione economica a Roma organizzata per l’Organizzazione delle Donne Imprenditrici della Romania (OFA), un’iniziativa impeccabile curata da Iulia Schnecker, ministro consigliere presso l’Ufficio di Promozione Economica e Commerciale dell’Ambasciata.

In questa cornice così prestigiosa, ho avuto l’immenso onore di prendere la parola come speaker. Davanti a una sala piena di leadership, visione e innovazione, ho voluto raccontare non solo i numeri di una crescita straordinaria (con oltre 666.000 imprese fondate da imprenditori nati all’estero che oggi muovono l’economia italiana), ma soprattutto l’anima di questa cooperazione, partendo da due pilastri d’eccellenza: il Food e la Fashion.

In un momento storico in cui l’Europa deve “stringere le file” di fronte alle sfide globali, sono convinta che il successo dell’imprenditoria romena e il know-how italiano siano due forze complementari. Non c’è un vincitore e un perdente: o si vince insieme, o si perde separati. E tra dati macroeconomici e un pizzico di cultura pop (sì, ho parlato anche di spogliatoi di calcio!), ho cercato di tessere la trama di un’Europa autenticamente Win-Win.

Di seguito, per chi non era presente e per chi vuole rivivere quei dieci minuti di emozione e visione condivisa, condivido il testo integrale del mio discorso.

Buona lettura!

Eccellentissimo Ambasciatore, gentili ospiti, care colleghe imprenditrici arrivate dalla Romania e stimati colleghi imprenditori attivi qui in Italia. È per me un onore immenso prendere la parola oggi.

Sono Miruna Căjvăneanu. Sono una giornalista, ma sono anche un’imprenditrice che si occupa di strategie di comunicazione. E, soprattutto, sono una cittadina europea che ha scelto l’Italia come casa ormai più di venticinque anni fa. Quando sono arrivata, le storie che raccontavamo erano storie di inserimento, di sacrifici, di ponti che stavamo appena iniziando a gettare. Oggi, guardando questa sala, vedo una realtà radicalmente trasformata: vedo leadership, visione, innovazione.

Negli ultimi mesi, la Romania si è dimostrata una protagonista assoluta nel panorama italiano. Lo abbiamo visto con la straordinaria costellazione di iniziative nell’ambito dell’Anno Culturale Romania-Italia. Abbiamo portato la nostra storia, la nostra arte, la nostra anima nelle piazze e nei palazzi italiani. Ma l’iniziativa di oggi si iscrive perfettamente all’incrocio esatto tra imprenditoria e cultura. Perché abbiamo scelto due pilastri: il Food e la Fashion. Cibo e Moda. Qualcuno potrebbe pensare che si tratti solo di beni di consumo, di transazioni commerciali. Non è così.

Il cibo e la moda non sono semplici merci: sono manifestazioni culturali. Hanno dentro un atto di creazione puro che ci contraddistingue. C’è una firma d’autore nel modo in cui le nostre stiliste romene intrecciano la tradizione con l’avanguardia lineare; c’è cultura nel modo in cui i nostri produttori portano i sapori della terra a tavola. Vestire una persona o nutrirla significa prendersi cura di lei, raccontarle una storia. Ed è qui che l’estro romeno incontra il gusto e il “saper fare” italiano, in un dialogo che non ha bisogno di traduttori.

Ma questo dialogo non avviene nel vuoto. Avviene nel 2026, in un momento storico in cui la cooperazione a livello europeo è diventata una necessità vitale di sopravvivenza. Dobbiamo dircelo chiaramente: siamo circondati da modelli culturali ed economici globali che rifiutano il concetto stesso di cooperazione.

Da un lato dell’Oceano assistiamo al ritorno prepotente di quella dottrina transazionale. Dall’altro lato, assistiamo a un’espansione silenziosa, geometrica e pervasiva, mossa da una logica imperiale di scala monumentale.

 In questo scenario, se l’Europa pensa di rispondere applicando il vecchio proverbio “mors tua, vita mea” tra i suoi stessi Stati membri, abbiamo un grave problema di miopia strategica. Se l’Italia pensa di fare da sola, o se la Romania immagina un futuro isolato, siamo fuori gioco prima di cominciare. In questo contesto globale, l’Europa deve stringere le file. Dobbiamo collaborare per poter restare in piedi, per essere competitivi, per non diventare una splendida ed elegante riserva culturale per turisti americani o asiatici.

La nostra cooperazione non è solo a parole o galà: è una strategia di posizionamento in una prospettiva rigorosamente Win-Win. “Win-Win” significa che il successo dell’imprenditoria romena è benzina per il motore economico italiano, e che il know-how italiano è l’acceleratore per l’espansione globale delle aziende romene. Non c’è un vincitore e un perdente. O vinciamo insieme, o perdiamo separati.

E se qualcuno pensa che questa sia solo filosofia politica o retorica da giornalisti, passiamo alla durezza terapeutica dei dati. Parliamo di numeri reali, freschi, inconfutabili. I dati ci dicono che l’imprenditoria straniera non è un fenomeno marginale in Italia: è un pilastro strutturale dello Stato.

Mentre il tessuto delle aziende autoctone italiane ha subito una contrazione negli ultimi dieci anni, registrando un calo del -5,6%, le imprese nate da menti e capitali immigrati hanno vissuto una crescita inarrestabile: un clamoroso +27,1%. Oggi parliamo di oltre 666.000 imprese in Italia gestite da cittadini nati all’estero. Esse generano da sole il 9% del PIL nazionale e garantiscono un saldo netto positivo per le casse dello Stato di ben 4,6 miliardi di euro. Questo non è “assistenzialismo”, questo si chiama “creazione di valore aggiunto” per l’intera nazione.

E in questa geografia del coraggio imprenditoriale, dove si colloca la Romania? Siamo sul podio più alto. Insieme a Marocco e Cina, la Romania guida la classifica per nazione per titolarità di imprese individuali. Nello specifico, parliamo di 53.432 imprese individuali romene attive sul territorio italiano. Rappresentiamo l’11,1% dell’intero panorama degli imprenditori nati all’estero in Italia.

Guardiamo il trend: la nostra è una crescita strutturale, con un +11,9% in dieci anni. E non ci limitiamo più soltanto all’edilizia — che pure fa la parte del leone con il 55,4% dei nostri comparti. Stiamo assistendo a una diversificazione straordinaria: i servizi alle imprese sono in netta espansione, crescendo del +2,7%, e il commercio tocca il 13,8%. Le nostre mappe commerciali hanno due capitali indiscusse: Torino e Roma, i due poli principali che concentrano rispettivamente il 13,4% e il 13,2% delle nostre attività economiche.

Ma il dato che preferisco, quello che mi fa battere il cuore sia come donna che come esperta di comunicazione, è questo: il 25,4% delle imprese romene in Italia è gestito da donne. Più di un’impresa su quattro! La partecipazione femminile è il principale vettore di espansione di tutta la nostra comunità, specialmente nel Mezzogiorno. Donne che non hanno avuto paura di rischiare, di bucare il soffitto di cristallo con la forza delle proprie idee, unendo la precisione manageriale alla sensibilità creativa della nostra cultura d’origine. Questa è la forza giovane e femminile che combatte il declino demografico ed economico di questo Paese.

Avviandoci verso la conclusione, torniamo al nostro settore: la creatività, il costume, la capacità di farsi notare. Vi ho parlato di dati macroeconomici, di geopolitica, di sfide globali. Ma la cooperazione si vede anche e soprattutto nelle pieghe della cultura popolare, lì dove i confini evaporano senza bisogno di trattati firmati con l’inchiostro d’oro.

 C’è un termometro sociale infallibile in Italia: gli spogliatoi di calcio e gli stadi. Chi frequenta l’Italia sa che il calcio qui è una religione laica. Ebbene, se siete entrati in un qualsiasi spogliatoio italiano nell’ultimo mese — da quelli della periferia fino a quelli gloriosi della Serie A — avrete notato un fenomeno surreale. Dopo le grandi vittorie in campionato, o la conquista della Coppa Italia, e con l’eco mai spenta del nostro Cristian Chivu che ha scritto pagine indelebili nella storia dell’Inter, sapete quale canzone risuona a tutto volume dalle casse dello spogliatoio tra i campioni milionari? Risuona un tormentone che tutti voi qui dentro conoscete: “Made in Romania”! Vedere calciatori italiani, argentini, francesi ballare e cantare in romeno all’interno del tempio dello sport italiano è la dimostrazione plastica di ciò che dico: abbiamo rotto le barriere del pregiudizio a colpi di ritmo e vitalità.

Allora, se persino i campioni del calcio italiano festeggiano cantando in romeno, provate a immaginare cosa possiamo fare noi, unendo stabilmente la genialità, il coraggio e la visione dei nostri due Paesi nell’ambito del mercato unico europeo. Provate a immaginare l’impatto di una cooperazione strutturata nel Food e nella Fashion, dove il rigore industriale si fonde con la bellezza pura.

Continuiamo a disegnare, continuiamo a produrre, continuiamo a vincere insieme. In un’Europa autenticamente Win-Win.

Grazie, multumesc!


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